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Consigli di lettura



Passare il fiume

Alessio Torino (Illustrazioni di Simone Massi)


La Grande storia, quella con la G maiuscola, passa attraverso tante piccole storie. Storie di persone qualunque che si ritrovano coinvolte nei grandi avvenimenti mondiali: alcuni ne rimangono vittime, altri vi sopravvivono, altri vi partecipano direttamente, chi più chi meno consapevolmente, altri ancora ne diventano eroi. Spesso con modestia, senza gran clamore, si comportano secondo il loro sentire e rischiano per la vita degli altri.

Una di queste storie si trova al centro di “Passare il fiume” di Alessio Torino con le illustrazioni di Simone Massi. Una storia vera di gente comune dell’Appennino umbro-marchigiano. Siamo nel 1944 e la zona di Secchiano è rastrellata dai nazi-fascisti. In paese si nasconde Charlotte, una bambina ebrea con la sua famiglia. Li aiutano Samuele Panichi, anarchico tornato dall’America per combattere nella resistenza, e il parroco, Don Celli. Tutte le persone coinvolte in questa vicenda “passano il fiume”: prima Charlotte e la sua famiglia per nascondersi nel vecchio mulino di Secchiano, vicino al rio Bosso, perché restare in paese è troppo pericoloso. Poi Panichi con i figli e un gruppo di partigiani per “darsi alla macchia” lontano dalle case. Infine Don Celli, che fatto prigioniero viene deportato a Mauthausen e da lì al “mulino delle ossa” di Hartheim, dove i resti dei prigionieri sono polverizzati e sparsi nel Danubio.

Per ognuno di loro “passare il fiume” ha un significato diverso, un valore di vita o di morte, propria o degli altri.

Si tratta di una storia profonda abilmente narrata con le parole e le immagini: un testo scarno, preciso e ricercato, figure secche e incisive, una composizione grafica attenta ed efficace.

Una storia nera nella sua crudeltà, ma anche una storia bianca per l’umanità di chi aiuta e la dignità di chi viene aiutato. Bianco e nero come le illustrazioni che nel contrasto esprimono la drammaticità della vicenda, la violenza dei soldati, il coraggio dei partigiani, la triste, remissiva compostezza di Charlotte e della sua famiglia. Il piccolo paese marchigiano diventa quindi una sorta di simbolo del mondo intero che in quel terribile momento storico vive di luce (poca) e ombre (tante).

Un modo diverso di parlare di Shoah e Olocausto, raccontando i fatti partendo da vari punti di osservazione e rendendo inusuale ogni pensiero. Così si sottolineano il passare del tempo e l’oblio che dovrebbe portare con sé (ma non porta), la ristrettezza dei luoghi di fuga, comunque troppo grandi per potersi nascondere bene, la paura che chi cerca gli ebrei possa essere ovunque e sbucare da ogni parte, anche dall’alto, il significato delle parole che raramente esprimono la verità, la gratitudine racchiusa in una fede d’oro che torna al “suo” dito, i tormenti dell’inferno che niente hanno da spartire con gli inenarrabili tormenti di Mauthausen, il suono liberatorio delle campane all’arrivo degli alleati. Un libro per tutti, grandi e bambini dai 10 anni, per ricordare ciò che è stato, per confrontare passato e presente, per riflettere sull’orrore di cui può essere capace l’uomo, ma anche su ciò che l’uomo può dimostrarsi capace di fare per opporvisi.


Recensione a cura di E. Vanzetta (2024)

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Età
Editore
Orecchio Acerbo
Anno
2024
Pagine
56