Di povertà educativa si parla sempre più spesso, tanto che questo termine è entrato a far parte del linguaggio comune. Ma cosa significa povertà educativa? Lo scopriamo insieme ri-percorrendo la storia del successo di questo termine, a partire dal 2014 fino al 2024 quando l’Istat ha diffuso i primi risultati dei lavori della Commissione scientifica inter-istituzionale sulla povertà educativa, istituita nel 2023 con l’obiettivo di definire e misurare il fenomeno.

policy. Si occupa di indicatori di benessere equo e sostenibile (Bes) nei
domini Relazioni sociali e Sicurezza e di indicatori di benessere per target
specifici di popolazione, tra cui bambini e ragazzi. Partecipa al progetto BesT
per lo sviluppo del framework di benessere a livello territoriale fine. È membro
della Commissione scientifica inter-istituzionale istituita dall’Istat per misurare
la povertà educativa.
Le tappe di un grande successo
In Italia nell’ultimo decennio il termine povertà educativa ha conosciuto un successo crescente nei vari contesti accademici, politici, legislativi e mediatici.
L’origine del termine va attribuito a Save the Children che nel 2014 nel report di ricerca La lampada di Aladino, utilizza per la prima volta il termine povertà educativa riferita alla popolazione di 0-17 anni, definendola come «la privazione da parte dei bambini e degli adolescenti della possibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni».
Nell’analisi della povertà educativa Save the Children ha adottato un approccio multidimensionale, proponendo una misurazione basata su un set di indicatori non limitati al solo contesto scolastico (nota 1), dando vita così ad un nuovo filone di ricerca. Fino al 2014, infatti, la comunità scientifica internazionale e italiana aveva adottato un approccio unidimensionale, misurando la povertà educativa solo con indicatori riferiti all’istruzione, come il titolo di studio conseguito, le competenze cognitive o le risorse del contesto scolastico.
Sempre nel 2014, per la prima volta il termine povertà educativa varca la soglia di Palazzo Montecitorio. Infatti, la Commissione Parlamentare per l’Infanzia e l’Adolescenza (XVII Legislatura), condividendo la definizione proposta da Save the Children, nella relazione finale dell’Indagine conoscitiva sulla povertà e il disagio minorile, dedica un focus specifico all’analisi della povertà educativa. Nella relazione si specifica che il concetto di povertà educativa si riferisce ad un ambito più ampio di quello strettamente scolastico, includendo anche la crescita emotiva, le relazioni con gli altri e con sé stessi.
Un’altra tappa importante del successo di questo termine è il 2016, quando viene istituito il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile (Legge di Bilancio n. 208 del 2015) che stabilisce uno stanziamento di 100 milioni di euro l’anno per il triennio 2016-2018 in favore di interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori (il fondo è stato poi prorogato con le Leggi di Bilancio 2018 e 2021 fino al 2024).
Anche il PNRR ha investito ingenti risorse per contrastare la povertà educativa, soprattutto nelle regioni meridionali prevedendo uno stanziamento di 220 milioni di euro per il periodo 2021-2026 e stabilendo due target: almeno 20 mila minori raggiunti entro il 2023 e almeno 44 mila entro il 2026 (Missione 5, Sub misura «Interventi socio-educativi strutturati per combattere la povertà educativa nel Mezzogiorno a sostegno del Terzo Settore»).
Dal 2018 la diffusione del termine povertà educativa nel contesto mediatico e giornalistico va attribuito a Openpolis (una fondazione indipendente e senza scopo di lucro) che, in collaborazione con l’impresa sociale «Con i bambini», da ottobre 2018 pubblica ogni martedì una rubrica con articoli di data journalism, mappe e report sulla povertà educativa con l’obiettivo di promuovere un dibattito informato su questo tema (https://www.openpolis.it/poverta-educativa/).
La documentazione dei vari Enti
Nell’ultimo anno ho avuto modo di approfondire il tema della povertà educativa leggendo vari documenti pubblicati a partire dal 2014 da vari Enti tra cui Save the Children, la Commissione Parlamentare per l’Infanzia e l’Adolescenza, l’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, il Gruppo CRC, l’associazione Con i bambini, la Caritas, il Dipartimento per le politiche della famiglia, l’Unicef e Openpolis. In questi documenti la povertà educativa viene considerata un fenomeno complesso che si manifesta nei tanti contesti di vita dei minori: non solo nella carenza di offerta del sistema scolastico ma anche nella carenza di opportunità che favoriscono il contatto dei minori con la cultura, la bellezza, l’arte, il gioco e lo sport. Una povertà che si manifesta nel non adeguato sviluppo delle competenze cognitive, fondamentali per crescere e vivere nella società contemporanea, e delle competenze non-cognitive, come la creatività e la curiosità, la stima in sé stessi e la motivazione, l’adattabilità e la gestione dello stress, la cooperazione e la comunicazione.
Nonostante le definizioni utilizzate siano più o meno simili, ricalcando quella iniziale proposta da Save the Children, il set degli indicatori utilizzati per misurare la povertà educativa è molto diverso e più o meno numeroso a seconda degli aspetti che questi documenti prendono in considerazione.
Nella maggior parte dei casi vengono utilizzati indicatori riferiti al sistema scolastico (posti disponibili, prepresenza/assenza di servizi, adeguatezza dei servizi) e al percorso di studi (abbandono scolastico, ripetenze, competenze acquisite), ma ci sono pubblicazioni che considerano anche la povertà economica e la povertà digitale e includono la partecipazione culturale e sportiva. Meno indagate sono le competenze non-cognitive anche perché meno oggettivabili e quindi più difficilmente misurabili con indicatori statistici

L’istituzione di una Commissione scientifica
Nonostante il crescente interesse per il fenomeno della povertà educativa, non sono ancora disponibili nel sistema statistico nazionale una definizione e un set di indicatori statistici condivisi. Per questo nel 2023 l’Istat ha istituito una Commissione scientifica inter-istituzionale con l’obiettivo di definire e misurare questo fenomeno (nota 2).
Nel suo ultimo Rapporto Annuale La situazione del Paese, pubblicato a maggio 2024, l’Istat ha fatto un quadro dello stato di avanzamento dei lavori della Commissione, ha illustrato la definizione adottata dalla Commissione e proposto un primo esercizio di misurazione utilizzando un set di 26 indicatori.
Pur ritenendo che la povertà educativa può manifestarsi in ogni età della vita, la Commissione ha focalizzato la sua attenzione sulle fasi dell’infanzia e dell’adolescenza nelle quali gli individui costruiscono gran parte del loro capitale umano e sociale, scegliendo la popolazione di 0-19 anni come target. In analogia con quanto fatto da Save the Children, ha adottato un approccio multidimensionale che considera l’accezione più ampia della parola «educazione», includendo una pluralità di aspetti che vanno oltre il mancato raggiungimento di obiettivi di istruzione scolastica.
La Commissione ha considerato la povertà educativa come un fenomeno complesso che si articola in diverse dimensioni. «Tra queste, ha lavorato, in particolare, sulle risorse educative disponibili e sugli esiti individuali. La prima dimensione attiene alle risorse educative/culturali rinvenibili nella comunità di riferimento (famiglia, scuola, luoghi di apprendimento e aggregazione) e nelle opportunità che tali risorse offrono in termini di esperienze utili alla crescita personale. La seconda dimensione riguarda l’acquisizione di competenze cognitive e non cognitive (emotive, relazionali, interazioni fiduciarie) che consentono all’individuo di crescere e sviluppare le relazioni con gli altri, coltivare i propri talenti, ed esercitare attivamente e con consapevolezza il diritto di cittadinanza». (Rapporto Annuale La situazione del Paese, pag. 186).
Una grande sfida
La Commissione al termine del suo mandato, che si concluderà a dicembre 2024, dovrà individuare i fabbisogni informativi non ancora soddisfatti e selezionare un set di indicatori attualmente calcolabili al fine di mappare il territorio e individuare le aree prioritarie verso cui indirizzare investimenti e interventi.
Si tratta di una grande sfida perché come diceva Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, «la selezione degli indicatori è un passo cruciale, perché ciò che misuriamo influenza ciò che facciamo».

Bibliografia
– Istat, Rapporto Annuale La situazione del Paese, Roma, 2024, https:// www.istat.it/ it/archivio/296796 Save the Children, La lampada di Aladino. L’indice di Save the Children per misurare le povertà educative e illuminare il futuro dei bambini in Italia, Roma, Save the Children Italia, 2014, https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/la-lampada-di-aladino.pdf
– Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, Report by the Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress, 2009, https://ec.europa.eu/eurostat/documents/118025/118123/Fitoussi+Commission+report
Note
1 Save the Children per misurare la povertà educativa ha utilizzato su un set di 14 indicatori calcolati sulla popolazione di 0-17 anni e relativi all’offerta educativa nel contesto scolastico e alla partecipazione culturale.
2 La Commissione è composta da oltre 50 membri tra i quali ci sono rappresentanti del mondo accademico, di enti e organizzazioni tra cui UNICEF, World Bank, UNESCO, Save the Children, Ministero dell’Istruzione, Banca d’Italia, Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Impresa sociale Con i Bambini, ANCI, INPS.
