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22 Febbraio 2026
Articoli

La magia della scrittura


Comunicazione orale e scritta


Nella scrittura si raggiungono livelli diversi a seconda che la parola venga usata nella sua funzionalità pratica e contingente o per dar voce a emozioni, sentimenti, visioni. La nuova oralità tecnologica e l’elogio della lentezza

Oggi i ragazzi scrivono poco, meno di un tempo? Sembrerebbe di sì. Anche nella scuola, a partire dalle secondarie, gli insegnanti tendono a far svolgere qualche compito in classe e le poche esercitazioni scritte dei compiti a casa raramente sono sottoposte a correzione. Nel privato i ragazzi scrivono molto, basta pensare all’uso che fanno di messaggi attraverso lo smartphone. Ma si tratta di uno scrivere particolare, veloce e sintetico, spesso finalizzato a una comunicazione rapida che rimanda eventuali approfondimenti a un “dopo”.
Sempre meno praticata la scrittura intimistica e diaristica di un tempo, con la quale spesso i giovani narravano a se stessi i propri pensieri segreti. Una pratica interessante quella diaristica, era un filo che conduceva spesso a indagare se stessi. In interiore homine habitat veritas, scriveva San’Agostino rifacendosi a Socrate. Ma nella nostra epoca è davvero difficile scendere in noi stessi, privilegiamo una scrittura immediata, pratica e frammista a una nuova oralità tutta piegata sul digitale: questo nel bene e nel male, ma comunque le nuove modalità non favoriscono introspezioni.

Certo, la scrittura digitale, specie quando ci troviamo di fronte alla tastiera e allo schermo di un computer, è pur sempre scrittura. Non può essere, allora, ugualmente veicolo di un pensiero articolato e complesso? Naturalmente sì, anche se le variabili alla fin fine risultano fondamentali. Riflettiamo un attimo sulla comunicazione orale. È una comunicazione che ha vantaggi notevoli, è calda, quasi una presa diretta con il pensiero. Ma ha lo svantaggio di essere “caduca”, poco pianificata e formalizzata e soprattutto è soggetta alla dimenticanza e alla manipolazione. Anche la scrittura ha originariamente alla base attività pratiche (amministrative e di registrazione), ma è divenuta subito mezzo di informazione culturale. Viene in mente Ebla, l’antica città-stato siriana, dove si pensa siano apparse le prime forme di scrittura. Qui gli scavi hanno portato alla luce numerosi inventari dei magazzini reali (17mila numeri), ma anche la qualità, sia pure frammentaria, degli aspetti ornativi e delle raffinate opere d’arte che abbellivano il palazzo. Tutte notizie che questo immenso “calcolatore” ha potuto far sopravvivere per oltre cinquemila anni, un patrimonio quasi magico che vediamo affiorare dalla terra.
La scienza ci dice che esiste un rapporto positivo tra la lentezza e la coordinazione della scrittura a mano, che permette la pianificazione delle parti del discorso e un’espressione sistematica, articolata e ricca. Mentre la scrittura con le nuove tecnologie risulta più vicina alla comunicazione orale. Anna Oliverio Ferraris, nel suo pezzo (p.19), fa riferimento alle nuove ricerche scientifiche sulla stimolazione precoce e prolungata dell’uso del digitale da parte dei giovani, dalle quali risulta tra l’altro un’alterazione della regolazione emotiva e altre perdite importanti come quelle del vocabolario e della memoria.

Insomma la comunicazione digitale, soprattutto quella di mezzi pratici e diffusi come lo smartphone, consente di scrivere meno e con riflessioni più rapide, facendo però perdere la capacità di scrivere in una maniera articolata e con quella raffinatezza acquisita dall’umanità attraverso i secoli. La scrittura ha infatti creato strategie diverse rispetto alla consueta percezione sulla vista e l’ascolto. Con la scrittura è stato possibile dar vita a proposizioni ed espressioni che non potrebbero esistere al di fuori del mondo scritto, sono nati stili diversi che sostituiscono almeno in parte la mimica e la gestualità del mondo orale, c’è stato uno svincolamento della scrittura dalla comunicazione reale. In mancanza di un interlocutore che direttamente imponga limiti al nostro pensiero e alle nostre parole, la scrittura permette al pensiero stesso di avviarsi verso percorsi infiniti.
Scrive a questo proposito Giorgio Raimondo Cardona: «Non più limitati al qui e all’adesso, e alla caducità della parola che si spegne appena pronunciata, gli uomini hanno dilatato lo spazio concesso alla nostra espressione, hanno chiamato a testimoni gli dei e i secoli… Se poi compariamo i sistemi di scrittura delle varie civiltà, ci rendiamo conto di una verità evidentissima e cioè che nei suoi sistemi scrittori l’uomo non si è limitato a trascrivere le sue lingue, ma ha codificato più ordini di contenuti, ha riversato più funzioni oltre a quella semplicemente comunicativa. La scrittura infatti può agire e produrre magie e guarigioni, può investirsi di valori sacrali, può assurgere alla qualità estetica delle arti figurative, può configurare e mantenere l’ordine cosmico. Non tutto questo dovunque, naturalmente. Ma tutti questi e altri ancora sono stati e sono, in varie parti del mondo, valori e funzioni della scrittura» (Storia universale della scrittura, Milano, Mondadori, 1986).

Paradossalmente nella scrittura si raggiungono livelli diversi a seconda che la parola venga usata nella sua funzionalità pratica e comunicativa, o al contrario che ci si sollevi, ci si liberi dalla contingenza e dalla concretezza per dar voce a emozioni, sentimenti, visioni. È il caso della poesia dove il poeta a volte elimina il contingente per dare spazio all’incantevole e al meraviglioso. Lo fa naturalmente partendo da un’ispirazione, che però sfronda e pulisce o arricchisce attraverso le tecniche poetiche. Non lo fa invece il poeta a braccio, perché di regola non ne ha il tempo, ma non ne ha nemmeno la necessità: una comunicazione a braccio, specie se ben riuscita, non ha bisogno di essere sfrondata.

Durante i miei anni di insegnamento ho sempre dedicato alla parola scritta molta attenzione, non solo facendo svolgere agli alunni relazioni e tesine su argomenti che li interessavano, ma soprattutto con esercizi di stile, giochi di parole, lettere, diari, recensioni di libri reali o immaginari. Curiosamente l’interesse per la lingua si manifestava più palese nei ragazzi quando toglievamo al testo funzioni utilitaristiche e puntavamo alla ricerca di stili il più possibile trasgressivi e creativi. Da quell’esperienza nacque un libretto dal titolo Il piacere di scrivere. Nuove tecniche per l’apprendimento della scrittura, La Nuova Italia, Firenze, 1992. Non credo purtroppo che le proposte che funzionarono all’epoca possano trovare facile riscontro nella scuola della società di oggi.

Credo tuttavia che debbano venir salvaguardati i valori della scrittura intesa come elaborazione complessa dell’intelligenza umana per connettere ambiti culturali diversi. Purtroppo sembra di ravvisare un certo disinteresse o una certa ignoranza sulla questione, ci sono dirigenti di scuole primarie affascinati dal “nuovo”, ci sono famiglie che ammirano i bambini per le loro capacità digitali. Noi invitiamo invece tutti gli operatori addetti alla formazione a ricordare sia l’importanza del coordinamento tra cervello e mano sia come la velocità di un cambiamento renda più difficile una riflessione lucida: le nuove abilità dei più piccoli che smanettano abilmente con velocissimi videogiochi e comunicazioni sincopate non sono tanto importanti per la formazione di “teste ben fatte”. Dovremmo ricordare che il pensiero complesso – tranne quello dei geni – non è mai veloce, ma richiede riflessione ed elaborazione. E i sentimenti senza la riflessione e l’elaborazione restano spesso solo emozioni confuse. Non possiamo esimerci dal dire che tutto questo rimanda alla responsabilità degli addetti, pubblici e privati, all’educazione e alla formazione delle giovani generazioni. E alla responsabilità politiche di chi dirige i dicasteri dell’educazione.



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