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11 Dicembre 2023
Articoli

I divenenti e l’afuturalgia


Chi sono i giovani? «Sono coloro che non sono più bambini ma che non sono ancora adulti, coloro che sono impegnati nell’arduo compito del diventare adulti, una sorta di creature soprannaturali, sono i divenenti. Cosa diventeranno? Quanto ci riconosciamo in loro oggi?» Con queste domande inizia Futura, un’inchiesta collettiva in forma di documentario svolta da Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher che ha lo scopo di esplorare l’idea di futuro di ragazze e ragazzi tra i 15 e i 20 anni incontrati nel corso di un lungo viaggio attraverso l’Italia. Il film si muove nello stesso orizzonte di Comizi d’amore di Pasolini.

Il viaggio è cominciato poco prima dell’arrivo del Covid-191. Non poteva esserci momento migliore – di certo casualmente eppure sembra chirurgicamente scelto – per chiedersi: che cosa è il futuro per i giovani? Una sequela di domani che gradualmente si sbiadisce. Progetti che potrebbero non realizzarsi, dicono loro. E ancora: cosa è l’Italia per loro? È il luogo del non futuro. Dell’incerto. Fa paura. Fa paura perdersi e fallire. Rispondono. Fa paura la mancanza di possibilità. Rispondono così tanto a Mariglianella (Napoli), come a Milano e a Cagliari, a Castel Giorgio (Terni) come a Roma, a Bolsena (Viterbo), a Palermo e a Pratolungo (Grosseto). C’è un sentimento collettivo che accomuna. Una sensazione e un disagio. Una inquietudine. Un senso di ansia crescente. Una precarietà dell’esistenza che è sentita come un problema molto concreto di cui nessuno parla mai. Si parla sempre troppo di pensioni, dicono. La sensazione è di essere in fondo alla lista delle priorità e di essere vittime dei limiti dei grandi. C’è un senso di solitudine opprimente che deriva dalla consapevolezza che la società si sta involvendo verso un individualismo esasperato anche se si sta sempre insieme. Sembra. I social sono stati il colpo di grazia, sostengono: il luogo in cui tutti raccontano cose che non interessano a nessuno e nessuno dialoga davvero. Mentre questo accade parchi pubblici, scuole, spazi collettivi reali perdono di significato e di capacità. Queste sono parole loro che io mi sono limitata ad intrecciare. Le parole dei divenenti. I punti interrogativi costellano il loro presente. 

Futura’ è un’inchiesta collettiva firmato da Pietro Marcello, Francesco Munzi e Alice Rohrwacher, che esplora l’idea di futuro di ragazze e ragazzi tra i 15 e i 20 anni incontrati nel corso di un lungo viaggio attraverso l’Italia. RAI Cinema

A chi come me si occupa di lettura, libri, biblioteche, appunto spazi collettivi che negli ultimi due anni hanno visto i giovani dileguarsi dalle statistiche dell’Istat sulla frequentazione e fruizione del servizio2, tutto questo fa moltissima paura perché lascia emergere la nostra inadeguatezza di adulti non solo nel non saper dare risposte a quelle domande ma anche nella capacità di interpretazione e auto-analisi. 

Se con i ragazzi ci sembra di vivere spalla a spalla – in famiglia, a scuola, in università, ecc. – e in tanti contesti ci sembra di adottare comportamenti e stili di vita a loro più vicini, in realtà i dati ci raccontano una faglia tra generazioni che si sta progressivamente allargando. È un tema già fortemente attenzionato dal Rapporto sul Benessere equo e sostenibile dell’Istat di quest’anno e anche dal V Rapporto sul Divario generazionale a cura della Fondazione Bruno Visentini e finanziato dalla Università Luiss Guido Carli dal titolo: Il divario generazionale. La generazione Z e la permacrisi, presentato a Roma lo scorso marzo, che aveva mostrato un elevato numero di giovani studenti che per crearsi una vita autonoma ritiene di dovere andare all’estero. Uno studente su quattro afferma di vedersi nel prossimo futuro residente in un altro Paese europeo o extraeuropeo, purtroppo in continuità con il già alto numero di giovani che ogni anno lasciano l’Italia.3 

Evidentemente qualcosa è andato storto, sono stati compiuti molti errori. A questo proposito in Futura un giovane ricorda che i maestri sono tali perché mettono al primo posto gli errori che hanno fatto e al secondo la condivisione degli stessi con gli altri. 

Il Rapporto Bes ISTAT offre un quadro integrato dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese,

Per questo, non posso fare a meno di ricordare un libro importante che per tutt’altra ricerca ho intercettato tempo fa: Verde per la città, il volume pubblicato nel 1961 da Mario Ghio e Vittoria Calzolari, il cui sottotitolo recita Funzioni, dimensionamento, costo, attuazione di parchi urbani, aree sportive, campi da gioco, biblioteche e altri servizi per il tempo libero4. Il libro è l’esito di una ricerca commissionata dal Coni nel 1959 nel campo dei «minimi standards urbanistici» e della loro attuazione5 e ha costituito un punto di riferimento imprescindibile per un’intera generazione di professionisti. 

Il libro è stato scritto avendo in mente i giovani. Almeno questa è la mia interpretazione a più di 60 anni dall’uscita. Si partiva dal constatare l’assenza di spazi pensati per un tempo libero di qualità, spazi per lo sport, per il gioco, per la partecipazione culturale con un monito molto chiaro: 

Ciò agisce «sulle radici stesse della società – su quella parte di essa che fra cinque, dieci, quindici e vent’anni sarà la parte responsabile, giudicherà, deciderà, lascerà impronte indelebili e condizionanti – e agisce ogni giorno durante le ore in cui le scuole sono chiuse e i genitori sono fisicamente o mentalmente assenti. Agisce durante il tempo libero, molto maggiore per il giovane non perché meno impegnato dell’adulto nel lavoro, ma perché meno preoccupato, più libero nell’intimo, sempre disposto a ricevere nuovi stimoli dall’esterno6. […]» 

Se produce arricchimento ciò che accresce la coscienza di sé, la conoscenza, la cultura, è necessario distribuire capillarmente nel tessuto urbano sale per conferenze, sale riunioni, biblioteche. Questi strumenti venivano considerati importanti perché nell’ottica dello sviluppo umano era importante non lasciare il tempo libero al caso ma fornire occasioni per riempirlo di opportunità che potessero contrastare il senso di solitudine. Per valorizzarne l’incidenza gli autori riprendono dati sulla delinquenza minorile e perfino sul numero di suicidi, ecc. 

Tornando ad oggi trovo un collegamento potentissimo con il bellissimo libro di Noreena Hertz uscito da un paio d’anni per Il Saggiatore che denuncia proprio la solitudine – definita come il sentirsi senza sostegno e cura da parte dei nostri concittadini, dei datori di lavoro, della comunità, del governo – come il male oscuro del tempo in cui viviamo e ricorda quanto le infrastrutture della comunità, ovvero quegli spazi fisici dove le persone possono riunirsi, interagire e formare legami, siano fondamentali. Infrastrutture di comunità, del tempo libero e del quotidiano che per essere ben funzionanti devono essere ben finanziate. 

Le biblioteche storicamente hanno svolto questo ruolo rendendo possibile l’incontro e l’interazione di persone diverse tra loro, di diverse fasce d’età, di tutte le classi socio-economiche ecc.8 L’incontro tra le persone e delle persone con le storie in un tempo libero di qualità, grazie a professionisti per questo preparati. Nel libro Ghio e Calzolari a questo proposito aggiungevano: 

inutile costruire e dotare di libri le biblioteche se non le si affida ad un numero adeguato di agguerriti bibliotecari, abili non tanto nel tenere ordine e catalogare, quanto nel propagandare la cultura ovunque, in uffici, aziende, presso i privati, nelle pubbliche amministrazioni, capaci di approntare mostre e conferenze ed eventualmente tenere lezioni e conferenze loro stessi, esperti nel guidare giovani e bambini nei primi passi sulla strada del libro.

Su tutti questi aspetti mi pare il ruolo potenziale delle biblioteche, come infrastrutture culturali del quotidiano e del tempo libero, sia stato abbastanza sottovalutato. Eppure oggi sono questioni cruciali se si guarda allo stato di disagio dei giovani che tantissime ricerche stanno segnalando: dai dati del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile dell’Istat già richiamato all’Atlante Save the Children tornando a Futura l’afuturalgia emerge come una delle piaghe più terribili da contrastare. 

Questa espressione molto potente è utilizzata da Pascal Chabot in un bellissimo saggio di cronosofia10 e con essa si intende il dolore di sentirsi privati di un futuro, una condizione che dovrebbe riguardare gli anziani e che invece riguarda soprattutto i più giovani oggi, bloccandoli. L’afuturalgia è una delle caratteristiche del tempo in cui viviamo – Chabot lo chiama Ipertempo – un tempo frettoloso, accompagnato da un continuo richiamo alle azioni ancora da compiere e da un invito costante all’accelerazione, un tempo immediato, completamente schiacciato sul presente, in cui il futuro non sembra appunto possibile.

Sbaglieremmo a pensare che i nostri giovani stiano soffrendo esclusivamente per ciò che è accaduto nel recente passato – l’emergenza pandemica ad esempio – e per ciò che gli è stato tolto negli ultimi anni, essi soffrono forse soprattutto per ciò che percepiscono non potrà accadere. I racconti di Futura lo esprimono benissimo. 

Dovremmo essere noi a cercare e creare continuamente occasioni per raccontarlo e le storie sono un incredibile modo per farlo. Le storie sono uno strumento potentissimo per far sentire i giovani più accuditi e protetti, per connettere le generazioni di ieri con quelle di domani. Per questo continuo a pensare che sia necessaria una maggiore attenzione alle biblioteche e in generale alle infrastrutture della comunità, del tempo libero e del quotidiano, intese come spazio di un tempo lento, di qualità e riconquistato, un tempo dedicato alle storie, agli incontri, alle conversazioni e alla immaginazione del futuro. 

L’articolo di Chiara Faggiolani è stato pubblicato sul Pepeverde nr. 20



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